Estratto dal libro UN PROBLEMA DI INTELLIGENZA (D. Luzzo)

Questa volta vorrei invece riportare alcune considerazioni del dott. D. Luzzo dal suo libro “Un problema di intelligenza” che io ho in pdf.

La nota più evidente di questi bambini, oltre a delle capacità cognitive sicuramente rimarchevoli, riguarda la loro estrema sensibilità e acuità, associate a una capacità molto elevata di percepire l’ambiente circostante. Una curiosità vivace li indirizza a interrogarsi e a interrogare continuamente senza darsi pace fino a quando non trovano una risposta per loro soddisfacente. Si tratta di una tensione che li spinge a ricercare continuamente nuove risposte e nuove domande, in particolare nei loro ambiti preferiti.

Possono diventare veri «esperti» di un settore e dedicano un’attenzione incredibile specialmente ai temi legati all’origine e alla fine della vita.

Pongono numerose questioni, spesso questo è l’indicatore maggiormente rilevato dai parenti, senza aver paura di spaziare in ogni campo. A volte il loro torrente dirompente di domande, spesso imbarazzanti e in contesti inadeguati, diventa fonte d’ansia per i genitori; le questioni esistenziali sono ricorrenti e spiazzano gli adulti, impreparati a rispondere a dei figli percepiti come ancora troppo giovani per interrogarsi su argomenti così complessi. 

Sul piano relazionale, si vedono simili agli altri, ma percepiscono una diversità non meglio identificata e riscontrano delle difficoltà nel farsi accettare dai compagni. Per cercare di integrarsi nel gruppo adottano generalmente due strategie, spesso combinandole tra loro. Per un verso, abbassano il rendimento scolastico mimetizzando la loro intelligenza, per l’altro si comportano sovente come i buffoni del gruppo, scegliendo di essere derisi piuttosto che ignorati.

Amano molto le favole, i romanzi, i fumetti, tutte le opere di finzione in generale e, in particolar modo, quelle basate sul romanzo familiare. In particolare, il fumetto fonde l’aspetto linguistico con l’aspetto creativo, diventando:

«l’espressione di un compromesso armonioso tra il disegno come espressione affettiva e la scrittura come investimento intellettuale» (Lubart, 2005).

La letteratura si sofferma anche sul loro elevato senso di giustizia, che si estende a livello ampio, sull’intera società. Possono proporsi come «difensori» dei più deboli o soffrire per le ingiustizie che percepiscono nel mondo.

I genitori devono porre particolare attenzione alla loro funzione di «filtro» per evitare che il bambino si angosci con problemi totalmente al di fuori della sua portata ma che sente di «dovere» risolvere. Per questi giovani individui, i problemi politici o sociologici non sono irrilevanti, pur non possedendo ancora gli strumenti per affrontarne la complessità. Questo aspetto influisce anche sulla loro educazione: non riescono a tollerare regole che gli adulti impongono ma non rispettano (Diezmann e Watters, 1996).


L’intensità affettiva e i vissuti d’ansia


Lubart (2005) conia il termine di «ipersensibilità emozionale» per riferirsi alla propensione dei Bip a vivere le loro emozioni con una grande intensità:


«Ci sarebbe una più forte reattività emozionale agli stimoli ambientali, che siano di natura positiva o negativa, in particolare nelle situazioni che mettono in gioco dei fattori di stress […] Questa ipervigilanza ansiosa può evidentemente evolversi su una modalità sintomatica più permanente. Si può trattare di iperattività, ma anche di differenti fobie o ossessioni


L’ossessione e i rituali che vi sono associati possono essere compresi come tentativo di padroneggiare l’angoscia legata alla continua interrogazione (la questione del tempo, della morte, della fine del mondo, ecc.), ma anche di controllare e mettere a distanza un’attività emozionale che mette in pericolo la solidità narcisistica.


Anche Guignard e Zenasni (2004) invocano la nozione di iperstimolabilità emozionale, presupponendo una tendenza a vivere più intensamente le esperienze affettive.


Infine, la relazione con gli altri è complicata dalla loro tendenza a uscire fuori dalle regole, dalle tradizioni e dagli schemi socialmente imposti. Forse quest’ultimo aspetto è dovuto alla necessità di conoscere, unita al senso di giustizia sociale, ottenendo come risultato di non accettare una regola, se questa non viene capita o se non se ne vede la fondatezza.

Rompere gli schemi potrebbe essere un modo per validarli e capire come funziona la società che li circonda, sia per sperimentare la lassità delle norme che per tentare terreni nuovi.

Resta il fatto che questo loro modo di essere naturalmente «alternativi» li spinge verso l’isolamento sociale“.

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